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Tutela

Breve storia della tutela

L’art. 9 della Costituzione sancisce due principi fondamentali: la promozione dello sviluppo di cultura e ricerca e la tutela del paesaggio (inteso nel senso più ampio di beni ambientali) e del patrimonio storico artistico.

La nostra costituzione ha quindi dato corpo a quanto cinque secoli prima Raffaello Sanzio, al tempo Prefetto alle antichità di Roma, aveva chiesto a papa Leone X. Nel 1519 Raffaello scrive con l’amico Baldassarre Castiglione una lettera al pontefice con cui chiede di provvedere alla ricognizione e salvaguardia dei monumenti della Roma antica. Da un lato il maestro lamenta le devastazioni barbariche che hanno compromesso irrimediabilmente la conservazione del patrimonio classico e d’altro celebra la continuità tra la Roma antica e quella moderna.

È un documento straordinario sia per la consapevolezza del valore rappresentato dalla salvaguardia dei monumenti che per le modalità e i mezzi che propone per attuarlo. Quando Raffaello scrive non esiste ancora il concetto moderno di conservazione e tutela dei monumenti antichi e l’artista deve dunque codificare un patrimonio non solo per nulla classificato ma anzi disperso per i più vari motivi.

La sua lettera anticipa in qualche modo il lavoro delle soprintendenze che hanno il compito di difendere e tutelare il patrimonio immenso che la storia ci ha lasciato. Se abbiamo ancora parte del nostro meraviglioso paesaggio e delle nostre incommensurabili bellezze artistiche lo dobbiamo a cinquecento anni di custodia, amore e passione degli italiani per la propria terra.

A partire dal XVII secolo circa, tutti gli antichi stati italiani si danno una disciplina giuridica per tutelare e conservare il patrimonio archeologico, artistico e storico: dal Granducato di Toscana alla Serenissima di Venezia, dallo Stato della Chiesa al Lombardo Veneto di Maria Teresa è tutto un fiorire di bandi, norme e provvedimenti a tutela dei beni culturali.

La prima preoccupazione di tutti i governi (con Roma ovviamente al primo posto) è il pericolo dell’esportazione incontrollata: estrazione e "estraregnazione" sono la voce più corposa delle varie leggi che tentano di elencare il maggior numero di “cose” e oggetti da salvare soprattutto derivati dal mondo antico (peraltro quel che restava, se già Raffaello descriveva Roma costruita con calce fatta “di statue e d’altri ornamenti antichi”)

Subito dopo l’estrazione il problema maggiore degli stati italiani sono gli scavi e i ritrovamenti, soprattutto in quei luoghi dov’era più probabile la sedimentazione dell’antico. Se Roma è ancora una volta la prima a darsi norme di comportamento in merito (addirittura dal XVI secolo), nel XVIII secolo sia il Reame di Napoli che il Granducato di Toscana reagiscono prontamente rispettivamente alle scoperte di Pompei e alla ripresa degli scavi a Ercolano, e all’incalzare dell’etruscologia degli scavi volterrani.

Una cura particolare è riservata al settore archivistico e documentario mentre va delineandosi anche nel campo del restauro una specie di codice di comportamento teso alla soluzione degli infiniti piccoli e grandi casi che costituiscono la quotidianità dell’opera di tutela e che vanno dal restauro vero e proprio alla bruciatura di una candela fissata male, dai danni dell’arredatore del venerdì santo alla decisione di trasferire un dipinto da un luogo a un altro.

Per dare corpo alle leggi ogni stato preunitario si dota o è costretto a creare l’organo consultivo delle commissioni: Milano nel 1745, Napoli e Parma nel 1755, Venezia nel 1773 e nel 1818, Roma nel 1802, Torino nel 1832 e Modena nel 1857. Queste commissioni rappresentano in nuce l’organo tecnico dal quale molti anni dopo lo stato italiano trarrà esempio per la formazione dapprima di un organismo centrale (la direzione generale) e poi degli organi periferici (le commissioni e in seguito le soprintendenze)

Seppure in ritardo lo Stato unitario italiano farà ricorso a quelle esperienze nelle sue leggi del 1902, 1909 e 1939 fino alla nascita del Ministero per i beni e le attività culturali nel 1974